People analytics
La people analytics analizza i dati sulle persone di un’organizzazione per rispondere a domande di business: chi se ne va, quali canali portano chi resta, dove si ferma la selezione. Non coincide con il monitoraggio dei singoli dipendenti, che in Italia ha regole proprie.
La definizione più asciutta è quella del CIPD, l’ente britannico per i professionisti HR: analizzare dati sulle persone per risolvere problemi di business. Il verbo conta più dell’aggettivo. Senza un problema da risolvere resta un cruscotto.
Quali domande ha senso farsi
I dati vengono dai sistemi HR, da quelli informatici e da altri reparti, più qualche fonte esterna come le indagini retributive. In una PMI le domande che si lasciano trattare con quello che c’è già sono poche e concrete:
- dove si perdono le candidature, fase per fase;
- quali canali portano le persone che poi restano oltre il primo anno;
- quanto tempo costa una selezione, per ruolo e per numero di colloqui;
- chi se ne va, dopo quanto e da quale squadra.
Per la domanda sui canali, la scheda Postings di Join è un punto di partenza. Da lì non esce una conclusione: esce la domanda da fare al canale che rende poco.
Dove si ferma
Il CIPD avverte che un modello può mostrare una correlazione senza provare un nesso di causa, e che per arrivare alla causa servono dati raccolti in momenti diversi. Con poche assunzioni l’avvertenza pesa di più. Prendi un’azienda con 30 assunzioni in un anno: se un canale ne ha portate 6 e due sono già andate via, la differenza rispetto a un canale con una sola uscita su 6 è di una persona. Quella differenza non basta a decidere dove spendere il budget dell’anno dopo, ed è per questo che nelle piccole aziende conviene tenere pochi indicatori e guardarli su più anni.
Il secondo limite è giuridico. Se il dato nasce da uno strumento da cui può derivare un controllo a distanza, vale l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori: serve un accordo con le rappresentanze sindacali o l’autorizzazione dell’Ispettorato, e le informazioni si possono usare per tutti i fini connessi al rapporto di lavoro solo se il lavoratore ha ricevuto adeguata informazione sulle modalità d’uso e se si rispetta la normativa sulla protezione dei dati. La norma esclude dall’accordo gli strumenti con cui si svolge la prestazione e quelli che registrano accessi e presenze, ma non esime dal resto. E l’articolo 8 vieta, in assunzione e durante il rapporto, indagini su opinioni politiche, religiose o sindacali e su fatti irrilevanti per la valutazione dell’attitudine professionale.
Se l’analisi alimenta un sistema integralmente automatizzato per assumere, assegnare compiti, valutare o sorvegliare, l’articolo 1-bis del decreto legislativo 152/1997 impone di informare prima i lavoratori su scopi, logica e dati usati.
Quanta ne serve davvero
Sotto le 200 persone, secondo noi, bastano tre o quattro indicatori di selezione, una revisione trimestrale della permanenza e un approfondimento all’anno su una domanda precisa. Il criterio per fermarsi è semplice: se un indicatore non ha mai cambiato una decisione, si toglie. Un monitoraggio dei singoli, dalle tastiere alle ore di connessione, è un altro oggetto, anche quando lo vendono con questo nome. Prima di raccogliere un dato nuovo, chiediti quale scelta cambierebbe e chi risponderà alla domanda di un dipendente che vuole sapere perché lo si misura.
Fonti e riferimenti
- CIPD: People analytics (factsheet)
- Normattiva: Statuto dei lavoratori (l. 300/1970), articolo 4
- Normattiva: Statuto dei lavoratori (l. 300/1970), articolo 8
- Normattiva: d.lgs. 152/1997, articolo 1-bis (obblighi informativi sui sistemi decisionali e di monitoraggio automatizzati)
- Join Help: Postings status