Spazi di coworking

Gli spazi di coworking sono uffici condivisi, a pagamento, che chi lavora a distanza usa al posto della scrivania di casa. Nelle offerte di lavoro compaiono come benefit, ad esempio un contributo mensile, non come regola su dove si lavora.

Altri nomi: coworking, spazio di coworking, contributo coworking, ufficio condiviso

Il coworking è un edificio con scrivanie condivise che chiunque può pagare per usare: una postazione, a volte una sala riunioni o un indirizzo per la posta, sempre con un abbonamento e non con un contratto d’affitto. Sta in un terzo luogo, né la sede dell’azienda né la casa di chi lavora, scelto dalla persona stessa.

Perché compare in un annuncio

Nell’annuncio prende la forma di una riga tra i benefit, «contributo per il coworking» o «postazione in coworking inclusa», accanto all’assicurazione sanitaria e ai buoni pasto. Risponde a un vuoto preciso del lavoro da remoto — con il posto non arriva un ufficio.

Quel vuoto ha un riscontro, ma non italiano. In un articolo di Gallup dell’11 giugno 2024, il 25% di chi lavora interamente a distanza dichiara solitudine, contro il 16% di chi lavora in sede e il 21% in modalità ibrida. La pagina non dice da quale campione venga la ripartizione: l’unica metodologia descritta è un sondaggio del Gallup Panel statunitense di febbraio 2024. Una scrivania in coworking risponde alla metà fisica del problema: una stanza con altre persone, anche in una città dove l’azienda non ha sede.

Che cosa non è

Non è lavoro agile. In Italia il lavoro agile è una modalità di esecuzione del rapporto stabilita con un accordo tra le parti, svolta in parte nei locali aziendali e in parte fuori, senza precisi vincoli di orario o di luogo (legge 81/2017, art. 18). Il coworking può essere uno dei luoghi fuori sede; non cambia l’inquadramento e non sostituisce l’accordo. Restano anche gli obblighi di sicurezza: il datore di lavoro consegna ogni anno un’informativa scritta sui rischi generali e specifici e chi lavora collabora all’attuazione delle misure per i rischi che nascono fuori dai locali aziendali (art. 22). Come il contributo sia trattato in busta paga e dal fisco non è affrontato qui.

Non coincide neppure con il lavoro ibrido, che richiede presenza nella sede aziendale, né con la vita da nomade digitale. Il coworking è la scelta di una struttura, indipendente da quanto spesso una persona cambi città. Chi prenota la stessa scrivania nella stessa città da otto anni non si sposta; chi viaggia può preferire un appartamento e non mettere mai piede in uno spazio condiviso.

Quanto pesa, davvero

Un contributo compra una scrivania, non colleghi. Non sostituisce ciò che costruisce davvero il legame in un team distribuito: le riunioni in cui si accende la telecamera, un incontro di persona pagato una o due volte l’anno, un affiancamento strutturato nel primo mese. Un’azienda che offre la postazione e si ferma lì ha finanziato la metà più facile del problema.

È anche un benefit più piccolo di quanto certi annunci lascino intendere. Nel rapporto State of Remote Work 2023 di Buffer, su 3.000 persone che lavorano a distanza intervistate tra ottobre e novembre 2022, il 22% diceva che l’azienda paga un abbonamento al coworking, il 38% che non lo paga ma lo vorrebbe, il 40% che non lo paga e non lo ritiene importante; Buffer vende software e il campione non è dichiarato italiano. Trattalo come una delle opzioni da offrire, non come il titolo di una proposta di lavoro a distanza, e scrivi nell’annuncio importo e condizioni.

Fonti e riferimenti

Domande frequenti

Un contributo per il coworking equivale al lavoro ibrido?
No. Il lavoro ibrido prevede giorni fissi nella sede dell’azienda. Il contributo per il coworking fa l’opposto: paga una scrivania che non è la sede aziendale, di solito a una persona che lavora tutta la settimana a distanza e preferisce non farlo da casa.

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